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La storia di Gregorio e Kenson, due piccoli fratelli a distanza.

 

Gregorio, 9 anni, si è recato insieme alla mamma nella Casa NPH in Repubblica Dominicana per incontrare Kenson*, il bambino che ha adottato a distanza insieme con la sua famiglia.

 

Ci sono tanti bambini in attesa di un padrino o di una madrina! Aiutaci e passaparola!

Per informazioni sull’adozione a distanza: 02/54122917, padrini@nph-italia.org

 

Ecco la sua testimonianza:

Il nostro viaggio in questo paese è stato organizzato per incontrare Kenson*, un bambino che abbiamo deciso di adottare a distanza che non ha i genitori. Il viaggio è stato lungo, 9 ore di volo, ma sono passate velocemente perché si potevano fare tante cose, vedere film, giocare, ordinare come al bar, fare shopping… Era un aereo boeing 787, uno dei più grandi e nuovi aerei.

 

Mentre volavamo ho pensato a Kenson, se aveva mai preso un aereo anche più piccolo per andare da qualche parte. La mia mamma mi ha detto che Kenson non era mai uscito dalla Repubblica Dominicana.

 

Prima di incontrarlo ero agitato ma felice, sapevo alcune cose di lui perché ci scrivevamo delle lettere e avevo ricevuto delle sue foto ma non l’avevo mai visto di persona. Per visitare la Casa N.P.H. abbiamo preso un taxi e quando siamo arrivati abbiamo visto dove viveva. Un grande parco chiuso da un cancello di legno e intorno solo campi. Appena il cancello si è aperto ho visto un bel giardino, tante casette, campi da calcio e basket. Un ragazzo di nome Samuel* ci ha accompagnati alla casetta di Kenson.

 

I maschi sono separati dalle femmine e lui vive in una casetta con altri 10 bambini. Non lo riconoscevo, erano tanti bambini che correvano.

Irene, una volontaria spagnola che era lì, ci ha presentato Kenson, ci siamo dati la mano. Tutti gli altri bambini hanno detto il loro nome e abbiamo conosciuto anche il fratello di Kenson, Mariano* che ha 7 anni. Kenson ha nove anni come me.

Dopo che mia mamma ha chiesto il permesso a Samuel, ho preso dal nostro zaino il regalo per Kenson (una maglietta del Barcellona con scritto il suo nome e il numero 10) e ho dato a tutti gli altri bambini i regalini (pennarelli, pastelli, giochini da tavolo, spinner, ecc..).

E’ importante che i regali siano prima valutati dai volontari, non siano troppo costosi e siano adeguati perché i bambini potrebbero litigare tra di loro. Sono rimasto a bocca aperta quando ho visto che il primo gioco che usavano erano le stelle filanti, non le avevamo mai viste.

Abbiamo iniziato a giocare anche con gli altri giochi e io ho giocato con Kenson a forza 4, ha vinto lui.

A un certo punto Ana (la signora che si occupa della casa) ha chiamato i bambini per vestirsi per andare a messa; tutti hanno messo una maglia bianca e i jeans e delle scarpe nere, non erano le scarpe da tennis ma dei mocassini neri molto vecchi (che usavano anche per giocare a calcio).

Siamo andati tutti a messa, la chiesa è vicino alla scuola ed è molto grande e bella. Io e la mamma ci siamo seduti vicino a loro in seconda fila.

Sulla nostra destra ho visto dei bambini in carrozzina che non stavano bene ma erano aiutati da tante persone. La mamma mi ha detto che nella casa c’è anche una casetta per i bambini disabili.

La cerimonia è stata bella, cantavano, ballavano, ha parlato il prete, il direttore che ha presentato una ragazza che è stata la prima della casa NPH che si è laureata.

Nella Casa ci sono le scuole fino al liceo, l’università è in paese. Parlava spagnolo e io non capivo ma la mamma mi ha detto che la ragazza diceva ai

bambini di ritenersi fortunati perché vivevano in un posto protetto e avevano la possibilità di imparare tanto, fuori la vita era più difficile.

Anche Kieram, il Direttore della Casa, ha detto una cosa che è piaciuta tanto alla mia mamma e anche a me: “Dobbiamo essere felici per quello che abbiamo e impegnarci tanto, ci sono tante persone che ci aiutano, il padre fondatore di NPH, i volontari e i padrini e le madrine (rivolgendosi a mia mamma) ma non basta; il resto deve arrivare da voi, dal vostro impegno e soprattutto dai momenti felici che vivrete e che devono rappresentare i vostri ricordi; i ricordi belli danno ottimismo e felicità per fare di più”.

Dopo la messa e la cerimonia abbiamo fatto una foto tutti insieme e poi il direttore ha spiegato alla mia mamma tutte le attività che vengono svolte all’interno della casa dai bambini.

Io mi sono seduto vicino a Kenson e a suo fratello Mariano per vedere lo spettacolo e ad un certo punto Kenson con i suoi compagni di casetta sono saliti sul palco per ballare perché avevano vinto il primo premio di danza. Sono stati molto bravi. Altri bambini hanno cantato delle canzoni in spagnolo.

Ci siamo seduti tutti insieme sui tavoli in giardino e i volontari hanno portato il pranzo. Ho mangiato con Kenson e suo fratello; ero felice perché anche se non ci parlavamo molto lui è stato con me tutto il tempo del pranzo e appena abbiamo finito mi ha detto di andare a giocare.

Sono tutti molto educati, non si alzano da tavola senza il permesso dei più grandi, Kenson per alzarsi ha chiesto il permesso alla mia mamma.

Mentre mangiavamo con noi c’era un ragazzo che è stato il primo ad arrivare nella Casa. 16 anni fa. Ora vive ancora lì e aiuta gli altri volontari nella gestione della casa. Tutti si vogliono molto bene.

La mamma è andata con il direttore a vedere altre cose all’interno dei loro uffici e io sono stato con i bambini.

L’inglese i bambini lo sapevano poco (pensavamo di più) quindi io parlavo italiano e un po’ spagnolo, loro spagnolo ma ci capivamo e tutti insieme siamo andati a giocare a calcio. Io e Kenson eravamo nella stessa squadra e abbiamo vinto 15 a 4, Kenson era in porta e io ho fatto 11 goal. Loro non giocavano spesso, infatti Samuel mi ha fatto i complimenti.

Dopo la partita tutti sudati abbiamo fatto delle foto e poi siamo andati a bere e a salutarci.

 

Purtroppo io e la mamma dovevamo andare; io ero triste e sarei voluto restare con loro. Ci siamo abbracciati e Samuel traduceva dall’inglese allo spagnolo. Gli abbiamo detto che saremmo ritornati presto ma purtroppo non durante la settimana perché la loro scuola finiva troppo tardi e il direttore consigliava di ritornare nel week end. Abbiamo fatto gli auguri di compleanno a Kenson e la mamma gli ha dato un grosso bacio.

Siamo saliti sul taxi e dopo 10 minuti ci siamo resi conto di aver lasciato lo zaino nella casetta di Kenson. La mamma ha supplicato il taxista di tornare indietro e io ero felicissimo perché così avrei rivisto i bambini.

È stato fantastico, io e la mamma scesi dal taxi siamo corsi alla casetta, Kenson ci ha visto e si è messo a correre con noi e Ana ci ha aperto la camera per darci lo zaino. Kenson avrebbe potuto rimanere nella casetta con i suoi amici e invece ha preferito accompagnarci ancora al taxi.

Ci siamo abbracciati di nuovo, lui ha aspettato che salissimo sul taxi e mi ha salutato con la mano.

Alex, il taxista, si è girato e ci ha fatto vedere che guidava scalzo, aveva regalato le sue scarpe a uno dei ragazzi che erano nella casa e ha detto alla mia mamma “Io non ho tanti soldi ma un paio di scarpe non mi cambiano la vita ma sicuramente la migliorano al ragazzo al quale le ho regalate”.

 

È stato molto bello, sono stato felice di aver conosciuto Kenson, suo fratello e i suoi amici; ho visto dove vivevano e cosa facevano.

Una cosa che mi ha impressionato sono state le cicatrici che ho visto sul corpo di alcuni bambini e anche sulla mano di Kenson.

La mamma mi ha spiegato che i bambini hanno avuto un passato difficile e a volte questo è un segno del loro passato ma adesso sono felici e si vedeva tanto.

Cercheremo di tornare ogni anno. Appena arriveremo a casa stamperemo le foto fatte insieme e le manderemo a Kenson e non vedo l’ora di rivederlo.

 

Gregorio

 

*I nomi dei bambini sono stati cambiati per motivi di privacy

 

Canale Notizie - 18-01-2019 - Segnala a un amico


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